L'artista ha visto cancellare il murales appena realizzato a Los Angeles: era inappropriato. Ed è scattata la polemica sulla libertà d'espressione
Blu, il grande artista murale marchigiano viene chiamato dal Moca (il grande museo di arte
contemporanea di Los Angeles) per illustrare uno dei suoi muri, in occasione di una mostra dedicata alla street art prevista per il 2011. Solo un giorno dopo la conclusione dei lavori, il Moca cancella tutto.
Cos'è successo? Ci è voluto un po' prima di avere una giustificazione ufficila della decisione, che suona così:
Il Museo d'Arte contemporanea è collocato in un luogo storico, speciale. Davanti al muro nord [quello affrescato da Blu, ndr] c'è il Go for Broke Monument, che commemora il ruolo eroico dei soldati americani giapponesi che combatterono in Europa e nel Pacifico durante la seconda guerra mondiale; e davanti a quello sud c'è l'ospedale dei veterani di Los Angeles. Il direttore del museo ha spiegato a Blu che in questo contesto, dove il Moca è un ospite della comunità giapponese in America, il lavoro è risultato inappropriato.
In effetti, Blu ha disegnato una serie di bare da morto coperte da banconote invece della classica bandiera d'onore. Un'opera di grandissimo impatto ma anche un po' controversa, almeno a prima vista – sebbene le intenzioni di Blu non fossero certo quelle di infangare la memoria dei morti di guerra.
Il direttore del Moca, Jeffrey Deitch, ha poi invitato nuovamente Blu a Los Angeles per realizzare un altro murale – qualcosa “ che invitasse le persone a entrare”. Netto il rifiuto dell'artista, che ha motivato le sue intenzioni in una lettera, fotografo della street art newyorkese.
Nel dettaglio, Blu ha specificato di non aver ricevuto richieste di bozzetti e di avere lavorato nella massima libertà espressiva. L'opera è stata cancellata da Deitch al momento del suo ritorno in città dopo una fiera, proprio mentre Blu stava per ultimarla.
Una volta tornato in Italia, l'artista ha ricevuto un'email dal direttore che lo pregava di firmare un documento dove spiegava i motivi della cancellazione, “ al fine di calmare le accuse di censura”. Blu si è rifiutato, sostenendo che a sua volta si sarebbe trattato di “ auto-censura”.
Conclusione della lettera: okay l'interpretazione di Deitch, che però non era l'unica, ed è stata presa senza aver avuto alcun reclamo ufficiale. Reazioni? Diverse. Il pubblico non sembra aver gradito molto, visto che a Los Angeles è apparso un poster raffigurante Deitch alle prese con un “rullo censore” di vernice bianca. Da tutto il dibattito, ciò che ho notato sono le difficoltà di portare la street art in un contesto da museo. […] Un museo non può commissionare della street art. Possono commissionare arte pubblica da parte di artisti di strada, il che è diverso. […]
Blu ha detto di essere stato censurato. Rispetto Blu per non essersi inchinato alle preoccupazioni di lavorare per un museo, e di non essersi “auto-censurato”: ma l'arte pubblica comprende proprio ciò che Blu chiamerebbe “auto-censura”. […]
Era una decisione difficile ma senz'altro nei diritti di un curatore e direttore di museo. Non è stata la decisione che speravo, e dubito fortemente che anche Deitch ne sia stato felice, ma può essere stata la mossa giusta per l'esibizione e – cosa più importante – per il museo in quanto tale. E conclude, saggiamente:
Non importa quanto ci proviamo o quanto speriamo che non sia vero: le istituzioni non sono le strade.
Già. La sensazione è quella di trovarsi in una di quelle situazioni davvero limite, dove collidono elementi quali la libertà d'espressione, l'arte di strada, il politically correct che ogni situazione museale impone, e la tipica angoscia americana per chi sfiora la bandiera a stelle e strisce. Le buone ragioni di Deitch e le buone ragioni di Blu non sono soltanto contrapposte, ma probabilmente irriducibili: è quello che succede quando il mainstream vuole farsi un po' underground, e l'underground essere legittimato dal mainstream.
A conti fatti, resta solo un po' d'invidia per quei fortunati che, per un giorno soltanto, sono riusciti a godersi il panorama di bare di Blu – qualunque cosa significhi, censura o meno, dibattiti sull'arte o meno.
SpY è un artista di Madrid, che ama sperimentare con la città urbana. Osserva la città che lo circonda e ci aggiunge un suo tocco unico e divertente. Crea ciò che lui chiama "invenzioni". Il contesto gioca un ruolo di fondamentale importanza in ciascun pezzo, "sono delle piccole differenze nascoste dietro l'angolo della strada per chiunque voglia farsi stupire".
Aggiunge un tocco di ironia e humour ai segnali stradali, alle strisce pedonali, ai cartelloni pubblicitari. Il suo messaggio altruistico fa eco al lavoro di Banksy.
Frank Shepard Fairey, meglio conosciuto come Obey, è un artista contemporaneo americano.
La sua produzione artistica in serie inizia nel 1989 sui muri di Rhode Island, per poi diventare un vero e proprio fenomeno globale. Oggi, dopo quattordici arresti, diversi processi e fughe a perdifiato, Shepard Fairey è uno degli street artist e designer più quotati degli Stati Uniti, le cui opere sono esposte in prestigiose collezioni museali, come il New Museum of Design di New York, il San Diego Museum of Contemporary Art, il Museum of Modern Art di San Diego e il Victoria & Albert Museum di Londra.
Classe 1970, Fairey, comincia a disegnare i primi stencil e adesivi punk per skateboard alle scuole superiori, fino a quando rivaluta il concetto stesso di adesivo, inteso come mezzo di espressione personale, anziché modo di rappresentare una band, un’azienda o un movimento.
La sua esperienza artistica inizia con la produzione del suo primo sticker, dedicato ad Andre the Giant, lottatore di wrestling di origine francese, in quel momento all’apice della carriera: il suo volto è trasformato rapidamente in un ritratto stilizzato, è Andre The Giant Has a Posse, corredato da un’inquietante scritta in stampatello “OBEY”.
Nel manifesto redatto nel 1990, Fairey spiega la campagna sticker OBEY come un esperimento di fenomenologia heideggeriana, che consiste nel lasciar che le cose si manifestino nella pura ontologia dell’essere, consentendo alle persone di vedere chiaramente ciò che è davanti ai loro occhi. L’adesivo non ha alcun significato in sé, ma esiste solo per indurre la gente a reagire e a ricercare un senso nella vignetta; le diverse reazioni e interpretazioni degli osservatori riflettono la loro personalità e sensibilità. La campagna Obey Giant entusiasma anche critici d’arte: il newyorkese Carlo McCormick, la collega allo strapotere della pubblicità:
“Viviamo in un mondo sovraccarico di pubblicità. Non c’è modo di evitarle quando cammini per strada. [Obey Giant] ti dice di comprare e obbedire, ma non sai che cosa comprare o a chi obbedire. Funziona al livello elementare di catturare l’attenzione delle persone e fargli chiedere cosa sia un segno. Una volta che inizi a chiederti cosa sia quel segno, allora forse puoi iniziare a mettere in discussione tutti i segni”.
Palese ed inquieta fonte d’ispirazione di Obey è il film cult They Live di John Carpenter, in cui il protagonista, tramite degli occhiali speciali, riesce a decodificare i cartelloni pubblicitari che contengono messaggi subliminali.
“Ho creato il progetto Obey per costringere le persone a confrontarsi con se stesse. Ho l’impressione che molti non capiscano che nella vita agiscono come individui obbedienti e disciplinati. Forse i miei poster possono farli riflettere sulla loro condizione. E molti potrebbero non tollerare questa cosa.”
Inevitabile intravedere un senso politico e sociale nelle parole e nelle azioni di Obey. Impegno politico che è diventato palese nel 2008 quando Fairey crea la serie di posters in supporto alla candidatura di Barack Obama, inclusi i ritratto-icona HOPE e PROGRESS, considerati dal critico d’arte Peter Schjeldahl “i manifesti politici più efficaci in USA dai tempi di Uncle Sam Wants You’”.
E' importante non dimenticare che sono tempi rivoluzionari in arte.
C'è una nuova audience, non è mai stato più facile vendere la propria arte se non ora. Non devi andare all'università, andare in giro a "vendere" la tua arte con un portfolio, inviare i tuoi lavori a gallerie o dormire con qualcuno che conta. Tutto ciò che conta è avere una bella idea ed espanderla. E' la prima volta che l'arte non appartiene più alla classe borghese, ma diventa arte del popolo.
Banksy è un artista inglese.
È uno dei maggiori esponenti della Street art. Si sa di lui che è cresciuto a Bristol ma la sua
vera identità è tenuta nascosta. Le sue opere sono spesso a sfondo satirico e riguardano argomenti come la politica, la cultura e l'etica. La tecnica che preferisce per i suoi lavori di guerrigliaart è da sempre lo stancil, che proprio con Banksy è arrivato a riscuotere un successo sempre maggiore presso street artists di tutto il mondo. I suoi stencil hanno cominciato ad apparire proprio a Bristol, poi a Londra, in particolare nelle zone a nordest, e a seguire nelle maggiori capitali europee, notevolmente non solo sui muri delle strade, ma anche nei posti più impensati come le gabbie dello zoo di Barcellona. Nonostante la recente fama mondiale, e le notevoli quotazioni delle sue opere, Banksy continua a rimanere fuori dallo starsystem e a preferire la sua arte in mezzo alla gente comune.
Migliaia di giovani hanno prestato il proprio volto e indicato il loro status per la grande opera di Ivan Olitanoto per le sue partecipazioni televisive - Sanremo, I liceali, All Music - e dall'indiscusso talento artistico.
Con questo progetto, denominato "Identità Sociale", con il patrocinio del Comune di Milano, Ivan Olita intende - come riporta Affari Italiani - "mostrare alle persone come sarà il mondo di domani: un mondo in cui i nostri desideri, le nostre preferenze e i nostri pensieri saranno mostrati, proprio come ora facciamo sul web, anche nella vita reale attraverso supporti digitali avanzatissimi".
"Con la nascita dello status update i 15 minuti di popolarità di Wharol sono diventati infiniti. IS è un'operazione pubblica che vuole indagare l'avvento dello status update nella nostra quotidianità. In che modo si sta evolvendo il nostro modo di comunicare? Lo status update può essere considerato un odierno status symbol? Abbiamo invaso Milano con stimoli interattivi sotto forma di cartelli volti ad interrogare i passanti e a renderli protagonisti del nostro progetto. Ci siamo poi riproposti di creare una mappatura di visi abbinati a status per rappresentare l'identità sociale della contemporaneità nella quale viviamo. Ad oggi, abbiamo raccolto i ritratti di 2000 persone. A fine progetto tutti i visi con le relative dichiarazioni verranno affissi per la città. Ognuno rappresentativo della propria Identità. Tutti rappresentativi del nostro vivere Sociale. E tu? "
Ci sono realtà come ProgettoZero+che organizzano concorsi artistici per valorizzare l'arte di strada in tutte le sue forme.
Progetto Zero+ si è dedicato al progetto curatoriale "Mimesis" che si occupa di camouflage, incentivando le installazioni artistiche che non vengono percepite come tali da chi le vede o che in ogni caso si inseriscono in maniera elegante e ironica nel contesto ambientale in cui vengono poste.
La Don Gallery in associazione con il comune di Milano presenta un progetto molto originale.
Cinque aritisti (Shepard Fairey, Invader, The London police, Flying Fortress and Rendo) sono stati invitati realizzare una ventina di cover per tombini. Questi sono stti localizzati nelle vie principali della città, come via Montenapoleone.
Tutte queste decorazioni rimarranno per circa 2 anni (se non verrano rubate prima..).
Ha vent’anni appena ma ha già le idee chiare circa la direzione da imprimere al proprio lavoro.Fonzy Cirilloè l’autore di quello che lui stesso chiama “Comic Art” (definizione che mi piace particolarmente) e con cui da vita ad una ricca serie di simpatici personaggi dal gusto decisamente pop ed il cui stile ci ricorda un grande artista americano, certoJeremyville, a cui il lavoro del giovane Fonzy sembra rifarsi.
Dice di se: “Disegno praticamente da quando sono nato ma solo negli ultimi anni ho trovato il mio personale modo d’espressione. Nei miei disegni c’è una sorta di storia, un modo d’essere, un mondo surreale che però coesiste con quello reale, c’è la mia mente, i miei sogni, i miei desideri, il mio personale messaggio che cerco di rendere universale. Ogni personaggio che vive in “NILS” “nothing is like seems” (niente è come sembra), rappresenta un concetto ben preciso, ogni elemento immaginario si scontra con la realtà del mondo che mi circonda in uno stile surreal-pop, ecco perché ho scelto la parola NILS per racchiudere e rappresentare il mio modo d’essere e quello di tutti i mie characters.”
Che ve ne pare? A noi sembra promettere bene, lo terremo d’occhio per vedere cosa ne verrà fuori da qui a qualche anno.